Nel cuore della grecanità, nell’idioma
neogreco Roghudi significa "rupestre", denominazione che ben si adatta a questo centro situato nel cuore dell’Aspromonte, isolato (fino a pochi
anni fa) anche dai centri vicini. Roghudi ha origini remotissime e mantenne un ordinamento feudale sino al 1811, anno in cui venne eretta a Comune. Subì
gravi danni per il terremoto del 1783. Grazie alla sua posizione isolata ha potuto conservare più a lungo dei centri vicini i suoi costumi, le sue usanze,
e soprattutto il suo dialetto che mantiene inalterate tutte le caratteristiche degli idiomi neogreci, ormai definitivamente perdute dai centri vicini.
Infatti, Roghudi attualmente costituisce una zona etnografica e folklorica di rilevante interesse. Le recenti alluvioni hanno purtroppo distrutto il paese,
costringendo gli abitanti a rifugiarsi nei centri vicini (soprattutto a Melito Porto Salvo). La nuova Roghudi, sorta vicinissima a Melito Porto Salvo, è
dotata di confortevoli case in cemento armato, costruzioni, tuttavia, anonime, che nulla hanno a che vedere con le tradizioni culturali del centro. La
vecchia Roghudi, situata su uno sperone roccioso, è ormai accomunata al destino di tutti i paesi abbandonati: circondata da un eterno e suggestivo
silenzio, lentamente va incontro alla definiva distruzione, sopravvivendo solo nella memoria di qualche vecchio abitante del luogo. La frazione di Chorio,
sempre viva, è ubicata in una zona riparata. Vi abitano intagliatori e tessitrici di ginestra, che ripetono gli antichi motivi ornamentali della tradizione
greco-latina. La qualità del formaggio locale (i cui stampi sono realizzati dagli intagliatori, insieme ad una miriade di altri oggetti caratteristici) è
pregiata, per cui si tratta di un prodotto molto ricercato dagli abitanti dei paesi limitrofi. L’economia di questo centro è agricola, con una buona
produzione di grano e olive. Ha grande importanza la pastorizia.